La crisi economica (parte I/II) – Il Fallimento del libero “Mondo Globale”
Ultimo aggiornamento sabato, 14 febbraio 2009 03:09 Scritto da Massimo Bazzani sabato, 14 febbraio 2009 03:09
La gloriosa apertura del WTO alla Cina dette di fatto il “la” all’avvio della globalizzazione economica del mondo e fu salutata nel mondo politico-economico come il punto di svolta di un certo tipo di capitalismo. Quasi fosse il grimaldello in grado di far saltere il forziere di un tesoro che, a loro dire, avrebbe ricoperto il mondo di prosperità e benessere.
La verità era che si inseguiva un modello che consentisse la sopreavvivenza del capitalismo finanziario “opulento e speculativo” dei grandi gruppi europei e mondiali. Per far questo si è dovuto mettere in piedi un grtande processo di stardazzizzazione umano-sociale delle abitudini e dei gusti della popolazione mondiale, ma soprattutto, per quello che ci riguarda più da vicino su questo blog, la denigrazione della politica a servitrice e mero esecutore del potere economico. Tutto doveva essere asservito e piegato al nuovo Dio dell’era moderna: il mercato.
Il mercato unico globale libero da ogni tipo di legaccio e regolamentazione avrebbe da solo assicurato il prosperare degli utili per i consigli di amministrazione e gli stipendi da sogno dei manager, nuove icone divine di un mondo che andava perdendo ogni principio e valore morale e che sostituiva il Dio “spirituale” con la piu terrena delle divinità: il Dio denaro.
La politica si faceva via via da parte, eliminava regole più o meno giuste e consentiva alla finanza di alimentare il processo capitalistico-speculativo. consentendo il proliferare di operazioni finanziarie che utilizzavano l’indebitamento mondiale (o il credito mondiale se la si guarda dal punto di vist opposto), per creare profitti. Operazioni che creavano un’economia nuova formata da colossi della finanza che, indipendentemente dall’economia reale, finanziavano il debito delle aziende, utilizzando i soldi dei risparmiatori e la liquidità del mercato, attraverso operazioni oscure (derivati, futures…) tanto rischiose quanto redditizie. Il tutto basato sulla previsione che i consumi non si sarebbero mai fermati e che il cittadino avido e affamato avrebbe continuato ad alimentare e sostenere il processo.
Ad un certo punto il crack! La crisi reale delle aziende causate da consumi che rallentano, le tensioni sul prezzo del greggio, le dinamiche dei tassi di interesse hanno fatto cadere le torri come “castelli di carta”. Il mercato bancario nel periodo più nero dopo il crollo di Wall Street e le tensioni petrolifere degli anni settanta, alimenta la crisi delle aziende e le interconnessioni dell’economia mondiale la diffondono dall’est all’ovest, da nord a sud.
Oggi in una situazione oramai drammatica i leader mondiali rispondono con soluzioni preoccupanti e a mio modo di vedere sbagliate.
Rinnegano con disinvoltura decenni di politiche mercatiste e liberiste imboccando la strada di un altrettanto pericoloso neo protezionismo. I provvedimenti presi da USA, Francia e Germania contro la crisi prevedono aiuti di Stato, vincolati ad accordi con le rispettive aziende nazionali tesi alla facoltà di licenziare soltanto i dipendenti stranieri oppure come nel caso degli USA, tesi ad obbligare le aziende ad acquistare materie prime e prodotti made in USA. Così facendo, le economie nazionali si chiuderanno a riccio per tentare di salvare il proprio orticello, alimentando le paure dei propri cittadini, già psicologicamente terrorizzati da un futuro incerto (vedi la vicenda degli operai inglesi vs i dipendenti italiani della Total).
L’Unione Europea, causa la sua fragilità e inutilità politica dettata dalla miope convinzione che la sola unione economica fosse bastevole a creare una nuova ed egemone realtà mondiale, rischia di regredire ai tempi dei primi accordi di Roma. Parallelamente invece, il neoprotezionismo USA complica i rapporti con la UE che minaccia denunce al WTO.
Di fatto, così come era stata veloce la globalizzazione e l’interrelazione mondiale, grazie all’utilizzo delle reti telematiche, altrettanto veloce, se non di più, sta sviluppandosi uan ritirata strategica verso i propri confini nazionali, con tutto quello che ne consegue.
Da sempre convintamente italiano ed euroscettico di fronte ad un (non)soggetto politico qual’è la UE, sono convinto della necessità di una soluzione globale al problema e sarei fiero se proprio l’Europa fosse la guda di un nuovo accordo mondiale, di una nuova rivoluzione culturale che disegnasse una struttura economica più sircura e trasparente e quindi più equa.
I segnali che stanno arrivando dal mondo, aihmè, vanno nella direzione opposta!